Dissertazioni

mercoledì 29 dicembre 2010

Ritorno a casa


 

E’ un po’ di tempo che nessuno va a casa mia.
Così, per farla breve, casa mia si sente un po’ sola.
Io sono uno dal cuore tenero, che non ce la fa a starsene impassibile se qualcuno sta triste. Ed è essenzialmente questo il motivo per cui sono tornato.
A casa mia.
Qui tutto è come l’avevo lasciato. La cucina, il camino, la mia stanza. C’è il cassetto con le foto. La tastiera, la chitarra, i cd. Ci sono i quaderni di scuola, i libri che ho letto e quelli che mi ero ripromesso di leggere. Ma il mio odore faccio quasi fatica a distinguerlo tant’è il freddo che s’è insinuato nelle pareti. Si sente che manca il calore umano.
Poi mi sono sdraiato sul letto. Ho guardato un po’ il soffitto, proprio come facevo un tempo, quando mi svegliavo la mattina per andare a scuola, quando pensavo che quello era il giorno che avrebbe interrogato filosofia e restarmene a letto mi sembrava la cosa più bella del mondo.
Ho chiuso gli occhi e sono tornato bambino; come mi piacerebbe fare tante volte. C’è mia madre che viene a svegliarmi perché la colazione è pronta. Il nuovo giorno entra nella stanza e tutti i sogni della notte non mi sembrano poi così impossibili... perché uno, da bambino, non è tanto bravo a scindere le due cose. Uno crede che si può fare tutto. Crede a Babbo Natale, alla befana, all’albero azzurro. Uno crede a quei film dove anche se tutto va male alla fine c’è sempre un eroe. E quell’eroe puoi essere tu.
Poi mi sono alzato, è meglio non farle troppo lunghe certe visite.
Che a fermarsi troppo in un posto uno finisce per non riuscire ad andarsene più via.

Però volevo chiederti se stasera c’è una stanza libera nel tuo cuore, per me.

(Glendalough - Johnny I hardly knew ye)

domenica 28 novembre 2010

Ma parliamo d'altro...


(sulla staticità e l'inottemperanza della vita all'evoluzione)

 


Il principe d'Inghilterra ha fissato le nozze con quella che ad aprile sarà la moglie sua.
L'hanno detto al telegiornale. Giuro.
Ora, non so voi, ma a me del principe William che si sposa non me ne frega niente. Non è amico mio e manco m'è parente (purtroppo).
E a dirla tutta io, a 'sti sovrani dell'era tecnologica, manco ci credo. Cioè, non me la danno mica l'idea del potere... perchè li vedo alla tivù. E la tivù li fa tutti uguali gli uomini: pupazzetti che parlano in una scatoletta. Che se spingo OFF pure il sovrano di Timpululù scompare qualsiasi cosa stia facendo o dicendo.

Però pensavo...
Pensavo a come stiamo andando lentamente verso la fine. E' tipo da quarant'anni che ci muoviamo a questa velocità che non è positiva mica, anzi positiva non lo è proprio per niente. Ma non è nemmeno così negativa da farcene rendere conto che stiamo andando così inesorabilmente verso il declino.
E' una cosa che non te ne accorgi... perchè non succede niente per cambiarla, la situazione.
Siamo statici, precisi spiccicati la fotocopia di quarant'anni fa.... solo che siamo di più.
Più fotocopie.

Pensavo che da tren'anni di cose eclatanti non ce ne sono state, a parte la disco music degli anni 80 e i Nirvana... che non sono mica un fenomeno italiano, la verità.
E siamo statici perchè non c'abbiamo voglia di fare niente, non c'abbiamo voglia di metterci in gioco perchè, a mettersi in gioco, è facile che uno finisce col farsi male... e se non si fa male da solo ci pensano gli altri a fargli una passata di mazzate.

Che è un po' la ragione per cui uno lo dovrebbe ringraziare a quel buon uomo di Berlusconi. Cioè, pensateci un attimo, lui è la volontà in persona. Fa il cazzo che gli pare e tutti gliene dicono di santa ragione. Ma lui se ne fotte. In grande stile. Continua imperterrito a fare il cazzo che gli pare.
Che vi voglio dì, prendete ad esempio questa riforma dell'università, che sicuro non si farà, o se si farà, sicuro sarà 'na cosa monca e storpia che dell'idea originaria c'avrà solo il nome: riforma.
Tutto questo per dire che è un punto di riferimento, un cambiamento di velocità, che uno se ne deve accorgere per forza che sta succedendo qualcosa... pure se non sta succedendo.
Non è Bersani che dai tetti dice: "se vado al governo io, l'abrogo!?!?"... Cioè non dice mica " Se vado al governo io ne facciamo un'altra meglio tutti assieme..." dice proprio "l'abrogo" e stop.

Che bisogna starci attenti a 'sta questione della velocità... La velocità mica la si può cambiare così. Che è il motivo per cui in aereo dicono di allacciarsi le cinture. E' pericoloso cambiare la velocità.
Fidatevi.
E allora cosa bisognerebbe fare?
Ora io una risposta non ce l'ho, la verità.
Ma se mi date un input, qualcosa ve la dico sicuro... che è poi la cosa che ho detto alla prof ad un esame... ma la prof, l'input, mica me l'ha dato... perchè la velocità era quella e la velocità mica si può cambiare così. E' pericoloso cambiare la velocità.
Che poi la risposta m'è venuta a mente mentre mettevo la chiave nella toppa della serratura. Ma ormai era tardi...
... perchè la storia non guarda in faccia manco alla velocità.

(Franz Ferdinand - Come on Home)

giovedì 25 novembre 2010

Si dice che tutte le strade portino a Roma




Si dice che tutte le strade portino a Roma.

Allora vuol dire che Roma è la fine di tutto, il compimento di tutti i percorsi, quel punto a chiusura di tutte le storie.
Si dice che Roma sia la capitale del mondo, la città imperiale per eccellenza, maestosa nella sua imponenza e grandiosa come nessun'altra.
Allora forse è questa la sensazione che si prova di fronte alla morte, o al giudizio universale di quelli che credono in Dio: sentirsi infimi e piccoli di fronte all'immensità, impotenti di fronte alla storia già scritta che trova finalmente compimento.
Come quando da bambini si legge delle guerre, delle malattie, delle morti... e si sogna di starci proprio, là, in mezzo a quei nomi e a quei posti che puoi solo immaginare tant'è che sono lontani e che forse, anzi, quasi sicuramente non vedrai mai. E si immagina d'essere condottiero, eroe o qualsiasi altra cosa per cambiarla quella storia.
E scriverla diversa.
Ma è storia già scritta. E non si può più cambiare.

Poi man mano che si va avanti uno ci fa l'abitudine e, a certe cose, quasi non ci fa più caso. Fino a che un giorno qualunque, forse anche un bel giorno di primavera, si ritrova a contemplare l'immensità di cui lui è solo un infinitesimo, un niente nel tutto. E pensarlo non rende di certo le cose diverse, anzi, contribuisce solo a peggiorare la già negativa percezione che uno ha di se stesso.

E si comincia a parlare di baratro, vicolo cieco, tunnel senza via di scampo... ma non è niente di tutto questo. E' la normalità che uccide. E il non essere l'immensità, non essere quell'idea grandiosa che sorprende e stravolge le vite.
E' il continuo percorrere questa strada che non si conosce con un traguardo già segnato.

Si dice che tutte le strade portino a Roma.
E allora Roma deve essere per forza la fine di tutto.

(Audio: Fleet Foxes - Mykonos)

lunedì 11 ottobre 2010

Il paradosso di Zenone, Achille e la Tartaruga.




Lo chiamavano Achille piè veloce perché a correre, si dice, neanche il vento riusciva a stargli dietro.
Lo chiamavano Achille piè veloce ma nonostante che era così veloce come dicono proprio lui, un giorno, una gara l’avrebbe persa  e non con uno più veloce di lui (che uno più veloce di lui non esiste) ma con uno che è andato sempre e sempre andrà molto meno veloce che lui, come quel giorno.

Per via di una certa questione di mezzi tempi e mezzi spazi.
Dicotomia.

Praticamente, proprio mentre sta correndo ZACK, DICOTOMIA… e la strada, il percorso, si divide in due e lui, Achille, può fare solo una metà della strada e quando la fa, questa metà - ZACK - si divide di nuovo in due. E così può fare un’altra metà. E di metà in metà la distanza che lo separa dalla Tartaruga sarà sempre più piccola, sempre più piccola, ma non si annullerà mai.

E arriverà dopo, Achille piè veloce, dopo della Tartaruga che veloce mica ci va, anzi, non ci va proprio per niente.

Lo chiamavano Achille piè veloce… ma pe colpa di sta Forbice che gli taglia la strada (così me la immagino sta dicotomia) quel giorno non riuscì ad arrivare manco prima della Tartaruga.

Così si dice. Giuro.

(Devotchka - El Zopilode Mojado)

giovedì 2 settembre 2010

Bella copia...




Passano i giorni, i mesi.
Passano le stagioni, dagli alberi cadono i fiori e, solo dopo, le foglie.
Passano le maree, nel cielo volano alti gli uccelli.
Migratori.
Dai secoli dei secoli.
Passano gli anni, le ere.
Passano gli uomini, le generazioni, le loro sensazioni, le loro convinzioni. Le loro idee.
Passano i rancori, i buoni propositi, i bei momenti e anche quelli brutti.
Passano i nostri di momenti. Il mio, il tuo. Proprio come quello degli altri.
Passano le ferite. Alcune non lasciano niente, altre cicatrici. E poi, in un certo senso, passano pure quelle.


Perchè, Dio, non dovrebbero passare anche questi pochi secondi che mi separano da te? Questo freddo che non riesco a scrollarmi di dosso? Questa continua ed inutile battaglia che non so dove combattere?


(Devotchka - The last beat of my hearth)

domenica 29 agosto 2010

Brutta copia...




 Sapri, 18 Agosto 2010
E' fuori discussione, ormai.

Affogare qua, in mezzo al mare, non sarebbe poi così male visto come si sono messe le cose.
Ovviamente sono ironico.

Mi sarebbe piaciuto ridere con te, ridere di te. Mi sarebbe piaciuto continuare a prenderti in giro proprio come facevo una volta. Vederti mettere il muso, sbuffare indispettita.
E questa volta non scherzo.

Ho un mattone nello stomaco: sarà stato quel panino con cui mi sono strafocato oggi a pranzo. O la luna storta. (E qui è di rigore una precisazione: Io non mi sveglio mai con la luna storta... Anche perchè mi è capitato poche volte di vedere la luna di mattina. E anche se mi è capitato credo di non ricordarlo)

Mi piacerebbe parlare un'altra lingua, per dirtelo in più modi quello che vorrei dirti. Ma poi non mi capiresti e sarebbe tutt'altro che utile. La prenderesti solo come un'altra mia patetica sfida contro me stesso e la mia stentata maniera di comunicare
Se il mare fosse veramente agitato vomiterei tutto e sarebbe più facile.
Credo.
Ma è una tavola. Calma piatta. O mi decido a fare qualcosa o non succede niente.

Prima ho visto un pescatore e la sua nave.
Solo.
Chissà che avrà da dirsi tra sè e sè tutto il giorno. Un po' lo invidio, per riuscire ancora a sopportarsi.
Poi ho visto la terra e ho pensato a quando la avvistavano i marinai dopo giorni e giorni di acqua (quando c'erano a malapena le cartine e i radar manco se li sognavano).
Doveva essere una delle cose più liberatorie e rincuoranti che possano esistere. Ne sono sicuro.

Così, alla fine, non ci sono riuscito neanche oggi. O forse è solo che non ci ho provato. O che non ci ho voluto provare.
Maledizione.
Lasciatemi stare che è meglio.


Guardare l'orizzonte col rumore assordante dei motori nelle orecchie e le goccioline d'acqua che schizzano in faccia è un modo come un altro di passare il tempo.

Ma molto, molto... molto più bello. Fidati.


(Gogol Bordello - When universes collide)

martedì 17 agosto 2010

A questo punto della storia, di solito, entra in scena l'eroe.





A questo punto della storia le cose devono cambiare, deve succedere qualcosa, ci deve scappare un morto  o qualcuno deve tornare in vita.
Meravigliosamente.
Altrimente non facciamo audience.
no audience no money.
no money no martini.
no martini no party.
Non fa una piega.

"Signori e Signore, Ladies and Gentlemen, benvenuti.
Oggidì in questo maestoso anfiteatro, luogo di cerimonie antichissime e di sbronze giovanili, accadrà qualcosa di sensazionale, qualcosa che cambierà per sempre le vostre vite."

A questo punto della storia, se non ricordo male, ci deve essere il colpo di scena. Bisogna stupire il pubblico. Fargli vedere qualcosa che non si aspetta. Esordire in modo strepitoso e attraverso un crescendo raggiungere il culmine massimo: la purificazione.

"Suvvia, è inutile che fate quelle facce dubbiose. Qui, tra pochissimo, avremo l'immenso onore di vedere con i nostri occhi l'inimitabile. Forza, fate un grandissimo applauso aaaaaaa...."

A questo punto della storia, di solito, entra in scena l'eroe...
... ma noi non ce lo potevamo permettere.


"Al duo più calamitoso che c'è."
 


(Primus - The Air is gettin Slippery)

Pilatus, Tomlishorn 2132 metri dal livello del mare.




Pilatus, 2132 metri dal livello del mare.

Ormai lo sai come sono
l'hai capito da un pezzo
e anche meglio di me.

Vulnerabile. Ti sei fatta strada tra una spasmodica serie di indovinelli e trappole che avevo piazzato all'entrata del mio mondo. Hai ascoltato e aspettato, detto e fatto. Anche al posto mio.

Grazie

Eccomi qua, nel punto esatto in cui mi aspettavo che fossi. Tu sei stata brava, a capirlo da sola, che tra un qua o un non fa alcuna differenza se il punto è sempre lo stesso.

Un dislivello di 600 metri in cinque minuti un po' di perplessità te le fa venire sul perchè ci comportiamo in un determinato modo, sul perchè anche di fronte ad alcune cose non abbiamo reazioni, o per lo meno diciamo di non averne.
Forse è un drago, un fantasma, un gigante... forse è Ponzio Pilato qui seppellito da qualche parte... forse è la ferrovia a cremagliera più ripida al mondo o sono le nuvole che nascondono la valle.
Forse siamo noi, sospesi, immobili, lontano da tutto e tutti così lontani che non potremo più farvi ritorno.

Ho seguito con lo sguardo fin dove riuscivo a vedere. Mi pare che il limite sia invalicabile almeno per oggi, almeno per ora.

Non dirmi niente, ti prego.
Ma stai qui, vicino a me.


 

(Giorgio Canali - Ca y est)

venerdì 23 luglio 2010

Please, release your power



Mi ci vorrebbe una dose extra di caffè ma già non reggo quella base.
Mi ci vorrebbe una sostanza stupefacente nel senso che devo vederci meglio di come ci vedo ora.
Mica devo vedere cose che non esistono, devo vedere bene quelle che già ci sono.

Ho pensato che tra meno di quello che ho ipotizzato succederà quello che non voglio che succeda.
Inevitabilmente.
Tuttavia sono fermamente convinto che anche di fronte all'unica cosa che potrebbe succedere mi sorprenderò  perché sono fatto così: imprevedibile e imprevisto.
Le cose piatte sono monotone, prive di interesse.

Ho una distesa interminabile di caratteri neri su bianco da leggere... parole su parole, castelli di parole, grattacieli di parole, universi di parole, infinit... va beh, poco meno di duecentocinquanta pagine che, però considerando il tempo che mi rimane, sono fin troppe.
Ma mi piacciono le sfide impossibili, il lascia o raddoppia, on/off.
E mi butterò a capofitto penna nera inchiostro liquido e evidenziatore rosso rossetto tra parole che vedo volare nella stanza.
Seguono la musica.
Due accordi.

Ho bisogno di un altro po' di energia, quanta carica è rimasta?

(The Strokes - Reptilia)

mercoledì 21 luglio 2010

Ce la farò a fare quello che devo fare, senza fare quello che avrei dovuto già fare??






Cavedago, 21 Luglio 1980
22 gradi centigradi

Lidia,
scriverti ora è un po' come parlare ai matti: non sai mai come potrebbero prenderla; non sai mai come potrebbero reagire.
Scusami.
Lo so, lo so che avrei dovuto farmi sentire. Scriverti. Chiamarti. Ma il tempo e il mondo mi hanno costretto in questa stanza più di quanto abbia voluto fare io stesso.
Molto di più.
Dev'essere successo qualcosa di terribile là fuori... per fare tutto questo trambusto. Ma non posso, ancora non posso uscire da qui.
Tra le case che ti ho detto si aggiravano dei vecchi con un accento strano. Cercavano carte dell'epoca in cui si parlava di lei.
Ho fatto finta di niente.
E' così strano che tipi come questi si siano presi la briga di annotare per filo e per segno quello che faceva. Perchè uno dovrebbe spiare uno straniero così?

Lidia, non so ancora cosa fare, se tornare da te o continuare questo folle inseguimento che mi sta portando dritto dritto alla pazzia. Ho paura ma non riesco a togliermela dalla testa.
Che fine ha fatto?
Non ho più idee, non ho più un soldo e me ne sto tutto il giorno qui dentro, cercando di fiutare il suo odore, come un cane
Vorrei solo un indizio... per capire come muovermi, cosa fare, dove andare.
Starò qui ancora qualche giorno, il vecchio al Mulino ha detto che ha una cosa per me.
Non so se fidarmi.

Ora vado.
(Black Rebel Motorcycle Club - Restless sinner)

giovedì 15 luglio 2010

Dal fronte


 


Àprica, 13 agosto 1976

Lidia,
mi manchi.

Ormai la guerra è finita da un po' ma ho ancora tanta, troppa paura. Ho la sensazione che da un momento all'altro qualcosa di inevitabile si porterà via la finta calma di questo paese.
Giù a Teglio la gente sorride; crede che una cosa come quella basti a mitigare gli animi, a spegnere i bollori.
Io no.

Per me una cosa non è veramente finita finchè non è morta, e lei non è morta.
Àprica è aspra, sa di roccia e terra. Quelli che ci vivono sono austeri, rigidi e insidiosi come i sentieri della loro montagna.
Ci ho pensato spesso, in questi giorni, a com'era: affabile, incantevole, misteriosa e piena di aspettative.

Come tutte le cose, all'inizio.

Lidia, vorrei partire, correre da te.
Ma non posso.
Nonostante la paura, il terrore con cui convivo tutto il giorno e gli sguardi sospettosi della gente di qui, non posso ancora andarmene.
Il mistero mi chiama a sè. Lei mi chiama a sè. Quando la vidi per la prima volta ebbi il presentimento che non avrei più potuto farne a meno. E così è stato.
Ad Àprica gira voce che da piccola si sia persa dalle parti dello Stelvio. Quando ne fece ritorno la trovarono così maledettamente bella che non fecero altro che guardarla per giorni interi.
Ma non si seppe mai... cosa la trasformò.

E ora se ne sta lì, come se nulla fosse.

Devo scoprirlo.

Aspettami, Lidia, farò presto ritorno.
Ma ora devo andare.

lunedì 12 luglio 2010

Wayfaring stranger






Io non lo so da dove vengo.
So dove sono nato, dove sono cresciuto.
So la scuola che ho frequentato, grossomodo i voti che prendevo, dove andavo bene e dove invece no.
Ricordo i volti e i modi delle persone che ho incontrato. Le facce. Le espressioni.
Ho alcune foto chiuse in un cassetto di quando ero piccolo, biondo con gli occhi chiari.
Ricordo tutte le figuracce che ho fatto e potrei elencare una ad una quelle volte che sarei voluto farmi piccolo piccolo e mandare indietro il tempo per cancellare l'accaduto.
Ricordo le volte che sono caduto e che mi sono fatto male, le cicatrici, il sangue.

Ma nonostante tutto questo, io, non lo so da dove vengo.
Forse vengo dal bosco, dove vado a passeggiare quando voglio stare solo. Io e me.
Forse vengo dal vento, per come sono effimero.
Forse dalla pioggia, per come mi butto giù o per come accarezzo le cose.
Forse dalla notte per come avvolgo tutto nel buio e nel silenzio.


Ma i miei ricordi più vivi sono cose che, a pensarci, non hanno nessuna importanza: il modo in cui dicevo "ho tre anni", la sabbia vicino la strada dietro la scuola dove giocavamo a pallone, i calzini sporchi della sabbia rossa del campo di calcio del mio paese, il bancone metallico del Bar, una curva di una strada di campagna....
cose così, insomma.
A pensarci bene, io, non lo so... da dove vengo.

(16 Horsepower - Wayfaring Stranger)

lunedì 31 maggio 2010

Le cinque.

Bella di notte


Pensavo che a quest'ora dovrei dormire, che domani ho lezione alle nove, dalle nove all'una, e poi laboratorio dalle due alle sei. Una cosa da poco.
Ma dovrei dormire.
Pensavo che, in verità, non ho sonno praticamente per niente.
Pensavo a un po' di cose.

Pensavo che il mio dentifricio preferito è AZ.
io
mi lavo i denti
con AZ.
A dire la verità mi lavo i denti con AZ per una ragione ben precisa. Per via del fatto che la sede legale di AZ a Roma sta a Viale Cesare Pavese.
E Pavese è il mio scrittore preferito.
Anzi no, Pavese era il mio scrittore preferito.
Poi ho letto James Ellroy, ed Ellroy è diventato il mio scrittore preferito. Poi sono capitato su Medina Reyes, che quindi è diventato il mio lettore preferito. Poi sono inciampato in Emidio Clementi, e non vi dico cosa è diventato.

Pensavo che in questo momento il mio scrittore preferito sono io.
Perché mi sto leggendo, non per altro.

Pensavo che io, in fondo, sono un tipo abbastanza influenzabile.
Pensavo che mi piace praticamente tutto. A parte qualche particolare eccezione.

Pensavo che forse sono stati i due caffè di oggi.
Ehm no, di ieri.

Buongiorno mondo, vado a dormire.
(The Kinks - A well respected man)

venerdì 28 maggio 2010

Pillole


Postilla.

Vorrei dire la prima cosa che mi passa per la testa ma finirei col non farmi capire. 
Perciò dirò la seconda.. 
Mi pare che il tempo si sia disperso con quella strana pioggia che è scesa questo pomeriggio. 
A dirotto.
Una pioggia di proiettili che Dio ha sparato sui poveri mortali...
Per redimerli.

Mi pare che il tempo sia corso via troppo in fretta. Tra una cazzata e l'altra. Di questo passo non riuscirò a fare tutto quello che mi ero riproposto di fare. E finirò per lamentarmi.

E nient'altro.

Mi fa male il mondo.
Mi pare che qui sia diventato tutto troppo artificioso, schiavo di una meccanica da quattro soldi. Un modo come un altro per non cadere in tentazione di un fuori percorso.
Finiremo per andare avanti in fila indiana.
Partiti tutti dallo stesso punto. E finiti tutti allo stesso punto.

Ti odio, maledetto.
Ti odio come non mai. Perché non hai cuore per finire quello che hai iniziato. E non hai fegato per cominciare qualcosa di diverso.
Ti odio e ti odierò sempre.
Qualunque cosa tu faccia.

(16 Horsepower - I seen what I saw)

mercoledì 19 maggio 2010

L'ultimo dei porcocani.


Porcocane è una bestemmia o, come si dice dalle parti mie, "na 'iastèma"
Porcocane era l'unica, tra le bestemmie, a rientrare nel codice di rigore morale del nonnino mio anche se nella variante "ma porco quel cane!"... e chissà poi a quale, tra quelle povere bestie, si riferiva.

Porcocane non è propriamente una bestemmia.
Porcocane è un'alternativa.
Porcocane è un modo gentile e non troppo elegante per non prendersela col buon Dio che ci ha dato la vita e, visto come ci stiamo comportando, prima o poi ce la toglierà.
Porcocane.


Porcocane è un stile di vita.
Porcocane è una rabbia velata da una sottile ironia. E' un'immagine subliminale nascosta tra i fotogrammi di un film. Se lo vedi bene, se non lo vedi il tuo subconscio lo vede per te.
Claro? Claro che sì.

Porcocane è dire e non dire.
Porcocane è la ragione per cui ogni anno un fottio di cani finiscono in autostrada ed è fortuna se non ci muoiono anche.

Ed io ho deciso di smettere.
E questo sarà l'ultimo dei porcocani.


Ma PooorcoCanee

(The Dad Horse Experience - Schwarz gruen weiss)

sabato 15 maggio 2010

Datti da fare.




Allora, facciamo così: io scrivo se scrivi pure tu.
Non è che come al solito devo fare sempre tutto io.
Dev'essere uno scrivere reciproco, un intenderci nello stile e nella forma. Due anime che si fondono e creano l'operà.
Ma sempre in incognito, per via di quella questione lì, quella dei diritti d'autore. Così sembra che scrive il capo.
Solo che ci sono dei problemi. Io, tanto per fare un esempio, ho una buco nel cervello. Per essere precisi il buco sta proprio nel cozzo dove ci stanno le parole... quindi perdo parole. Escono parole. Si mischiano parole. Si stendono parole.

A caso.

Se la maggior parte della gente qui non volesse un discorso serio e preciso, coerente con le premesse e con delle motivazioni, delle finalità, sempre forti e dirette non ci sarebbe problema.
Ma non è così.
E mi sento un po' spaesato. Anzi, fuori luogo. 
Ecco. Mi sento fuori luogo.
Dico per dire, ora mi piacerebbe mettermi a ballare sotto la pioggia, ammè. Ma piove. Dovesse vedermi qualcuno non la prenderebbe proprio come una cosa intelligente. Piuttosto mi darebbe dello Scemo. 

Comunque dicevo, io e te dobbiamo scrivere. Cioè io voglio scrivere, ma se non scrivi pure tu non scrivo. Non vedo perché quello che si deve sputtanare sono sempre e solo io. Quindi mettiti l'anima in pace e datti da fare. 
L'inchiostro sta lì, penna dei miei stivali.
Scrivi.

(Steve Isles - Ruskies)

mercoledì 12 maggio 2010

Per un futuro migliore...




La prossima volta, per favore, mettiamoci d'accordo prima.
Così finisce che non devo, come al solito, disorganizzarmi all'ultimo minuto dalla sterminata lista di impegni che ho preso con altri.
Perché sono un tipo impegnato, io. 
Anche se non si direbbe.

Praticamente, per farla breve, c'è stata una riunione di condominio. Bisogna decidere chi prenderà il posto di capobranco che qua se non c'è nessuno che dirige niente si fa.
Siamo demotivati, noi, con uno spiccato slancio alla sedentarietà. L'unica volta che abbiamo provato a fare qualcosa di testa nostra al posto di fare come i francesi "la presa alla Bastiglia" abbiamo fatto "la presa alla poltrona".
E non era possibile andare avanti così.

Anche se non volevo mi sono visto costretto a scendere a patti con le voci di corridoio.
Per un leader carismatico e dalla mano ferma. Impassibile. Che sappia cosa è giusto fare e cosa no. Da seguire sempre e senza esitazione. Fino alla morte.
Non è una dittatura. Non è una comune. Manco un impero o un piccolo regno.
E' semplicemente un condominio.
E io sto al primo piano. Il piano di ripresa economica. Il mio prossimo piano, il terzo, sarà quello di fondare una coalizione di ferro e cemento per riprendere gli scalini che sono caduti sotto il pianerottolo nemico.

Assolutamente dobbiamo evitare che si ripeta l'orrore del paese dei balocchi.

Pimpi, eri uno di noi. Sarai sempre nei nostri cuori.


martedì 11 maggio 2010

Si aprano le danze







Facciamo una bella coppia, io e i pinguini dell'antartide.
Non ci sentiamo mai, non ci vediamo mai e non litighiamo mai. Ma ho ragione di credere che nessuno al mondo si vuole bene come ci vogliamo bene noi.
Abbiamo una sorta di legame, noi. Come il burro e le uova. Come il mare e la stuoia. Come il burattino e il burattinaio. Come l'assassinato e l'assassino. Come Pinocchio e Pinocchietto... no, mi sa che a 'sto giro dovevo dire Geppetto.
Era solo per dire che ci vogliamo bene.
In un modo o in un altro.

Oggi piove. Ieri pure. Domani forse. Continua così voglio diventare abbastanza bravo a scindere l'idrogeno dall'ossigeno, tanto per fare qualcosa che non sia inutile come dormire dalla sera alla mattina e dalla mattina alla sera. O almeno per credere che sono capace di adattarmi all'ambiente che mi circonda senza spendere troppe energie. Che c'è crisi e bisogna risparmiare.

Così ragionano i rospi tosti.
E io sono un rospo tosto, si capisce.

Ho pensato.
Ho pensato che ques'estate stavo passeggiando con quel cane sopra. Faceva caldo ma non troppo. C'era gente ma non troppo. Ero stanco ma non troppo.
Ma non troppo.
Praticamente eravamo io e quel cane. Un mezzo uomo e un mezzo cane. Ma tutto sommato si stava bene. Io e il cane. Che poi era femmina quel cane. 
Ho pensato che a volte sarebbe bello avere un cane da portare a spasso. Ma sarebbe molto più corretto dire che sarebbe bello avere un cane che mi porti a spasso. Per quando non ho voglia di pensare e vorrei solo farmi tirare in giro, per vedere come va il mondo là fuori tra un filo d'erba, un paletto di legno e un pilastro. Per fare bau bau e pipì senza ritegno.
Sarebbe bello.
E anche comodo.

Ma non troppo.
(Mel Dune - The crystal frontier)